di CARMELO FUCARINO 

In quella sala dei tanti incontri culturali all’Hotel Excelsior fu una serata eccezionale e oggi più piena di pathos, di immenso dolore e di gioia della scoperta. Fu l’ultima serata di attività e di successi per l’amato Felice Cammarata, l’amico collega dei verdi anni di insegnante a Palermo, l’unico con il quale fino all’ultimo giorno si poteva parlare di cultura, a tutto campo, dalla letteratura all’arte alla musica, con l’emozione dei nostri anni e l’amore per il bello. Tanti progetti discussi e mai realizzati, vissuti solo nel colloquio gracidante del telefono. Lo avevo conosciuto per l’arte dei pupi.

Pippo Madè

Era un maestro indiscusso, quei paladini in una copertina rossa e tutti i segreti dei Paladini di Francia, costruiti e interpretati dai pupari siciliani. Oh carissimo Felice! Fu la sera dell’emozione, parlare di pupi, arte e libri e poi tagliare la torta per il tuo compleanno. L’ultimo, pochi giorni prima che ti sentissi nella bara a S. Michele e ti ricordassi assieme a Pippo Madè. Perché c’era anche lui quella mattina di sole, davanti al sagrato per l’estremo saluto. Ed era stato luiquella sera all’Excelsior la gioiosa scoperta. Aveva parlato di arte con la sicurezza di un artista che mi stupì. E alla conclusione degli interventi solo con lui mi complimentai, per la scioltezza e la limpidezza del pensiero a due anni in più della mia età. Lui dietro il tavolo, io davanti a chiacchierare come se ci fossimo conosciuti da sempre. Mi parlò della sua formazione di autodidatta, vantò la sua quinta elementare, la sua formazione creata giorno per giorno. Seguì nel colloquio l’invito immediato per una presentazione al Palazzo Branciforte. Fu il mio primo approccio con la sua arte particolare, l’intervento della Cedrini e di Lagalla e la presentazione in video di un ciclo del mito e di quello della Divina Commedia. In una occasione particolare, la premiazione di corridori automobilistici. 

Dovevo altrove conoscere Pippo. Così seppi del suo  apprendistato. Il bambino, come tutti i bambini più o meno, che alla scuola elementare tra i sei e i  sette anni comincia a fare i primi disegnini. A rendere diversi questi piccoli segni su un foglio l’affetto del suo maestro elementare, un tale Giuseppe Mulè, uno dei tanti maestri d’Italia, ma con la straordinaria parentela, cognato di uno dei Civiletti. E il maestro lo portava nello studio degli artisti. Vera o inventata che sia questa frequentazione, certo Pippo aveva nel sangue e nella mente quest’istinto di rendere in immagini il dolore del mondo, i carusi della zolfara, il viaggio dei migranti nella rotta del dolore, i briganti, il “No alla violenza”, la droga e il terrorismo, per giungere all’amore francescano di “Le  linee del cielo”. E lo stupore del burattino, il Pinocchio della didassi di tutti i bambini. Il Pippo, tornato a Palermo, dal giro per il mondo intrapreso per divulgare il suo messaggio, dal soggiorno di tre anni a Chicago ove nel 1992 espose per il “Columbus 500 Years”. L’amicizia con Buttitta, l’Ignazio chi facìa ‘u poeta da Palermo a Mosca, con Guttuso che sfornava quadri ogni giorno e si perdeva dietro un amore impossibile e il papa Francesco che gli confermava la realtà del Diavolo. E qui voglio fermarmi, davanti all’artista con laurea ad honorem in Scienze della Formazione Continua e presentarvi nella divina cornice della chiesa di S. Caterina, chiusa tragicamente al culto e proprietà privata, il suo presepe, quella Nativity presente nella sua opera e qui realizzata in vetro di Murano. Perché il nostro Pippo si serve di tutte le tecniche e i materiali per esporre la sua concezione della vita in cui sempre si impone la Sicilia e quel mondo agricolo irrimediabilmente perduto

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