DI LUCIANO VIOLANTE

Ho letto con interesse le considerazioni di Giovanni Pepi e di Giuseppe Catanzaro. È chiaro che il pubblico in Sicilia non solo non aiuta, ma ostacola. La colpa è in parte di uno statuto speciale che ha funzionato come una palla al piede invece che come fattore di sviluppo; le critiche di Pepi sono fondatissime. Ma le maggiori responsabilità gravano su una classe politica dirigente, tutta scelta dagli stessi cittadini siciliani, bisogna dirlo, che oscilla tra clientela e rivolta, ignorando la categoria dell’interesse generale. Tra due mesi si vota. Come dice Catanzaro, non può essere un limbo, in attesa di un improbabile paradiso, aggiungo io.
Guardiamo a quello che c’è. La legge per il Sud, ad esempio, approvata definitivamente dal Parlamento nei giorni scorsi, prevede una serie di agevolazioni per le regioni meridionali, dall’Abruzzo alla Sicilia. 1.250 milioni di euro per i giovani imprenditori, sotto i 35 anni, 50 milioni per gli imprenditori agricoli sotto i 40 anni. Per favorire politiche attive del lavoro nel Mezzogiorno sono stanziati 40 milioni e 150 milioni di euro sono stanziati per il sostegno amministrativo agli enti locali. Un giovane con una buona idea imprenditoriale può contare su una dotazione di 40.000 euro (sino a 200.000 euro se i giovani proponenti sono cinque), con il 35% a fondo perduto e il resto con un prestito a tasso zero.
E allora, se non vogliamo entrare nel limbo delle attese, e nella inutilità della speranza di un atto positivo da parte della Regione, perché Sicilindustria non costituisce, magari d’intesa con le Università siciliane, una cabina di informazione, di guida, di supporto e di verifica per la migliore utilizzazione di questi fondi? D’altra parte la democrazia e lo sviluppo civile sono anche un dovere dei cittadini.

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