( PAOLO MORELLO )

di GIOVANNI PEPI

Paolo Morello vive nella fotografia.  È studioso e scrittore di storia. È critico. È gallerista. Torna regolarmente in Sicilia. La fotografa eccome. Ma nei suoi scatti c’è disincanto, quasi freddezza. È così?”

“Al contrario, c’è incanto. Mai freddezza. Ma senza quella teatralità tipica in tanta fotografia siciliana.”

Ma rischi una Sicilia senza sicilianità.

“Da settant’anni nella fotografia siciliana c’è una imbarazzante immobilità. Stesse inquadrature, stesso uso del bianco e nero, ricerca di stesse espressioni sovraccariche, d’inarcarsi di sopracciglia, di curvarsi di schiene.”

Vedo intrecciarsi la tua ricerca con propositi di astrazione, di lontananza. Il ricorso alla sovraesposizione, per esempio. Nei ficus dell’Orto Botanico, nei templi di Petra.

“In quei lavori, le luci pulite aiutano a stabilire un dialogo con tecniche che precedono la fotografia, come l’incisione. Ma la ragione è anche un’altra.

Quale?

“Provo a trattare la luce come il soggetto principale della rappresentazione. Nei Ficus, i raggi del sole erodono le fronde e i margini del fotogramma. Nelle tombe di Petra la luce è sospesa.”

Mi impressionano i tuoi ritratti. Espressioni profonde, sguardi forti. Aggiungi un mestiere: alla fotografia la regia ?  

“È fotografia e basta. Con rinunzie intenzionali: niente luci d’effetto, niente trucco, niente accessori, niente sfocati, niente fondali che distraggano.”

E grande concentrazione sul soggetto. Per cogliere le emozioni nel momento in cui raggiungono il volto..

“Non mi interessa cogliere istanti, ma indurre e rappresentare emozioni durevoli. Dovrebbe esser questo il compito di un buon fotografo.”

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